Come l’estrema destra sta conquistando Google

Pubblicato in origine su Motherboard Italia (VICE) nel febbraio 2017

 

È il 22 settembre 2016: a Charlotte, in North Carolina, scoppiano proteste e tumultidopo l’ennesimo omicidio di un afroamericano per mano della polizia americana. Tutti gli Stati Uniti (e anche il resto del mondo) seguono la vicenda attraverso i vari canali mediatici: televisione, quotidiani, internet.

In rete, come sempre, l’informazione circola in primis attraverso i due colossi che tra mille limiti dominano la distribuzione delle notizie: Facebook e Google. Per quanto riguarda il primo, i problemi sono ormai noti: la filter bubble creata dall’algoritmoe le fake news che circolano con tale frequenza e viralità da far temere che possano aver influenzato la vittoria di Donald Trump.

La questione è tutta semantica: quanto avvenuto a Charlotte, è stato battezzato negli Stati Uniti principalmente in due modi; “Charlotte protests” o “Charlotte riots”.

Molto meno, invece, si sono indagate le distorsioni informative causate da Google, che si è trovato al riparo dalle polemiche anche per il fatto di essere uno strumento “non social”: usato dall’utente in solitudine e non sulla pubblica piazza di Facebook.

GOOGLE E LA SEMANTICA

È proprio nel cono d’ombra garantito dalla scarsa attenzione rivolta al motore di ricerca più importante del mondo che i siti di estrema destra hanno imparato a sfruttarne alcune peculiari caratteristiche per diffondere il loro messaggio, attraverso tecniche che dimostrano come il mondo della destra radicale sappia utilizzare in maniera più o meno volontaria il didascalismo a cui l’autoreferenzialità dei motori di ricerca — “Google è qui per rispondere alle *TUE* domande” — ci ha abituato.

Questo utilizzo ideologico del motore di ricerca da parte dell’estrema destra non è ancora particolarmente diffuso in Italia (nonostante non manchino esempi importanti, come vedremo più avanti); ma non per questo è il caso di abbassare la guardia: conoscere le tecniche utilizzate per questa forma “occulta” di propaganda online non solo può aiutare a prevenire, o limitare, la loro diffusione, ma anche fornire strumenti ulteriori di comprensione in un momento in cui il tema della controinformazione, delle bufale, dell’informazione alternativa, ecc. è decisamente caldo.

Per capire meglio come l’utilizzo di una semantica caratteristica sia prerogativa di questa forma di propaganda, cominciamo da un esempio concreto: proprio in occasione delle proteste di Charlotte, la distorsione informativa che anche un motore di ricerca può rendere possibile è venuta allo scoperto — La questione è tutta semantica: quanto avvenuto a Charlotte, è stato battezzato negli Stati Uniti principalmente in due modi; “Charlotte protests” o “Charlotte riots”.

Come si vede nell’immagine qui sotto, che fa riferimento ai Google Trends del periodo, nei primi giorni è stata la seconda definizione a venir cercata nella stragrande maggioranza dei casi; e benché nei giorni successivi anche “protests” abbia visto un’impennata, la media delle ricerche mostra una netta preponderanza del termine “riots”.

La faccenda dimostra come anche parole che sembrano essere tra loro sinonimi hanno connotazioni ben diverse. In questo caso, ‘protests’ risulta essere più neutro, mentre ‘riots’ assume connotazione negativa. È proprio per questa ragione che numerose testate liberal (o comunque tradizionali) hanno scelto in quei giorni di utilizzare nei loro titoli il più sobrio “protests”; mentre le testate più schierate a destra, come Breitbart, o pseudo-complottiste, come Zero Hedge, non si sono fatte alcun problema a utilizzare il termine “riots”.

La maggior parte delle persone, come detto, ha compiuto le ricerche utilizzando proprio il termine “riots”, che ha avuto sin da subito una maggiore diffusione. La conseguenza, in termini di qualità dell’infomazione, si può apprezzare nell’immagine sotto

Screenshot dell’autore, effettuato il 25 settembre 2016.

Chi ha effettuato ricerche utilizzando il termine meno politicamente corretto, influenzato dalla frequenza del suo utilizzo, ha avuto quindi come primi risultati articoli provenienti da testate molto schierate come Fox News e Zero Hedge, seguite dal britannico (e conservatore) Telegraph e da siti di estrema destra come Breitbart, Daily Caller e American Thinker.

Risultato? Chi avesse utilizzato il termine “riots” — non perché negativamente connotato, ma solo perché maggiormente diffuso — ha quasi sicuramente avuto come riscontro una sola, e ben precisa, chiave di lettura di quello che stava avvenendo a Charlotte, anche attraverso siti che godono di scarso credito e che hanno pubblicato titoli come “Quello che non vi stanno dicendo sugli scontri di Charlotte”, “L’inquietante violenza delle proteste di Charlotte” e “Il 70% delle persone arrestate non era nemmeno di Charlotte” (notizia peraltro falsa, come dimostrato dal sito di fact checking Snopes).

“Nella gamma di suggerimenti che Google pensava volessi c’era: ‘gli ebrei sono una razza?’, ‘gli ebrei sono bianchi?’, ‘gli ebrei sono cristiani?’ e, infine, ‘gli ebrei sono cattivi?'”

Viceversa, chi ha usato il più neutro “protests” ha trovato tra i primi risultati la CNN, il The New York Times e il The Guardian. Il punto, quindi, è uno solo: cercare con un termine invece che con un altro spalanca due mondi informativi completamente diversi. E il fatto che le testate più prestigiose evitino determinati termini in nome del politically correct – preferendo cioè definizioni più neutre e sobrie (come “protests”) e che non abbiano evidenti connotazioni negative (com’è il caso di “riots”, termine sicuramente più forte) – può in questi ultimi tempi ritorcersi contro la qualità dell’informazione, soprattutto quando questi termini circolano comunque ampiamente.

L’ORACOLO GOOGLE

Ma c’è di più: i siti di estrema destra non si avvantaggiano di queste distorsioni per caso; al contrario, sempre più di frequente sfruttano a loro vantaggio questi meccanismi per conquistare i risultati di ricerca di Google e diffondere la loro “ideologia dell’odio”. Odio, ovviamente, nei confronti delle principali vittime dell’estrema destra: ebrei, gay, musulmani.

L’ultima in ordine di tempo a portare a galla la pericolosa distorsione a cui contribuiscono i motori di ricerca è stata Carol Cadwalladr nella sua lunga inchiesta sul The Guardian: la giornalista si è limitata, nel dicembre dello scorso anno, a fare un paio di ricerche su Google inserendo parole chiave come “le donne sono” o “gli ebrei sono”.

Come tutti sappiamo, il motore di ricerca di Mountain View offre dal 2008 dei suggerimenti per completare la ricerca basati sulle parole chiave più frequentemente utilizzate. Nella maggior parte dei casi si tratta di uno strumento innocuo: se si cerca ‘Matteo Renzi è’, i suggerimenti vanno da ‘è laureato’ a ‘è deputato’. Se si cerca ‘Il Milan è’, i suggerimenti riguardano in larga parte la vicenda della vendita ai cinesi.

Ma con gay ed ebrei la faccenda si fa molto più delicata, “Nella gamma di suggerimenti che Google pensava volessi c’era: ‘gli ebrei sono una razza?’, ‘gli ebrei sono bianchi?’, ‘gli ebrei sono cristiani?’ e, infine, ‘gli ebrei sono cattivi?'”, scrive Carole Cadwalladr. “Gli ebrei sono cattivi? Non è una domanda che avrei mai pensato di porre e non la stavo cercando. Eppure era lì. Ho schiacciato invio. È apparsa una pagina di risultati per quella che era, di fatto, una domanda di Google. E questa era la risposta di Google: sì, gli ebrei sono cattivi. Perché, sul mio schermo, c’era la prova: un’intera pagina di risultati, nove su dieci dei quali confermavano questa tesi”.

Il primo suggerimento per “i gay sono” è “i gay sono malati”.

Nonostante questi “particolari” suggerimenti siano presenti solamente a causa della frequenza delle ricerche (e Google accetta malvolentieri di intervenire editorialmente sotto questo aspetto, nonostante esistano software progettati appositamente per influenzare, anche a scopi di marketing, i suggerimenti del motore di ricerca), questo genere di domande — poste magari con ingenuità — spalanca le porte a un certo tipo di informazione politicamente molto schierata, che approfitta delle tecniche SEO per posizionare articoli in cui conferma i sospetti, diciamo così, di chi sta compiendo quelle ricerche.

E infatti i titoli scovati dal Guardian cercando “are jews evil” sono di questo calibro: “Le 10 ragioni per cui le persone odiano gli ebrei”, “Perché gli ebrei sono cattivi”, “L’ebraismo è satanico”; tra le fonti, compare anche il sito neonazi Storm Front. Nonostante, in seguito all’inchiesta, Google sia intervenuta tra le polemiche per ripulire i suggerimenti (ragion per cui il motore di ricerca non ne offre più su alcune categorie sensibili), lo stesso problema continua a essere presente per molte altre categorie.

Non è così strano che su internet molti utenti, magari ingenuamente, facciano ricerche utilizzando parole chiave provocatorie o pruriginose; non è strano nemmeno che in questo modo si possa incappare in articoli di stampo neo-fascista che sostengono tesi del genere. Ma inevitabilmente arriva il momento in cui il mondo dell’estrema destra si rende conto di poter approfittare di questa situazione sfruttando le tecniche SEO; senza che, almeno per ora, si sia creato un movimento spontaneo in grado di controbattere alla loro opera di tech-proselitismo fortemente radicale.

Tutto ciò trova riscontri anche utilizzando la ricerca in italiano. Provate a digitare “le donne sono”. Al secondo posto dei suggerimenti apparirà “le donne sono stronze”, dopodiché un bel po’ di articoli sono lì, pronti a essere cliccati, spesso per confermare in qualche modo la tesi che Google vi ha suggerito. Lo stesso vale se cercato informazioni sul mondo gay: il primo suggerimento per “i gay sono” è “i gay sono malati”.

Ricerche e curiosità legittime riguardanti i cognomi delle famiglie ebraiche italiane si trasformano in un’occasione per fare propaganda neofascista e cospirazionista contro la “lobby giudaica”.

In sintesi, quando un ragazzino pone a Google le domande di cui sopra, la probabilità che incappi in articoli che confermano la tesi che “le donne sono stronze” o che “i gay sono malati” è molto, molto elevata. In Italia, comunque, la situazione è meno seria che nei paesi anglofoni e la maggior parte dei risultati riguarda notizie di preti che hanno sproloquiato contro gli omosessuali o di utenti di Yahoo Answer infuriati con l’universo femminile. Ma, in mezzo a tutto ciò, qualche risultato inquietante fa comunque capolino in primissimo piano.

Un discorso a parte lo meritano le note vicende italiane riguardanti i “cognomi ebrei” o gli “ebrei italiani famosi”. La dinamica è la stessa che abbiamo analizzato in merito ai paesi anglofoni, ma questa volta riguarda il nostro paese: ricerche e curiosità legittime riguardanti i cognomi delle famiglie ebraiche italiane — o le personalità ebree più note — si trasformano in un’occasione per fare propaganda neofascista e cospirazionista contro la “lobby giudaica”.

Nel passato, i due casi più noti hanno riguardato la “lista degli ebrei influenti” pubblicata prima dal sito neonazista StormFront e poi da Radio Islam (in entrambi i casi, i siti non sono più raggiungibili, ma appaiono ancora nei risultati di ricerca di Google); oggi invece quella stessa lista ricompare in un blog di propaganda antisemita che compare digitando “italiani ebrei famosi”.

Che la situazione sia ormai sfuggita di mano lo dimostra anche il fatto che Facebook e Google abbiano deciso, contraddicendo le loro posizioni tradizionali, di intervenire con maggiore decisione nei confronti delle fake news e dei siti complottisti. Il dibattito riguardante il social network va avanti da tempo ed è esploso in seguito alla vittoria di Donald Trump (ragion per cui Zuckerberg si è convinto a intervenire sull’algoritmonel tentativo di impedire la diffusione di bufale create ad arte), ma parecchio si è discusso anche dei 200 siti a cui Google ha deciso di togliere la pubblicità (gli AdSense) perché accusati di diffondere bufale e teorie del complotto (tra le vittime, anche il blogger, ed ex responsabile della comunicazione del Movimento 5 Stelle, Claudio Messora, in arte ByoBlu).

LA FINE DELL’IMMOBILISMO

Tutto ciò significa che i risultati di Google hanno il potere di influenzare le nostre menti e andrebbero selezionati e censurati? Ovviamente no, ma è necessario che ci sia consapevolezza delle conseguenze che ci possono essere nell’utilizzare il motore di ricerca in forma oracolare: “È l’equivalente di andare in una libreria, chiedere dei libri sull’ebraismo e ricevere una decina di volumi pieni di odio antisemita,” ha spiegato sempre al The Guardian Danny Sullivan, fondatore di SearchEngineLand e considerato uno dei maggiori esperti del settore.

Il paragone sarebbe forzato se non fosse che, effettivamente, i militanti di estrema destra del mondo anglofono stanno sfruttando Google per veicolare la loro ideologia. Le distorsioni che abbiamo visto, infatti, non avvengono solo perché certe domande vengono poste di frequente portando quasi necessariamente ad articoli che hanno nel titolo e nel testo le stesse parole; avvengono anche perché negli Stati Uniti e nel mondo è attivo un network che lavora allo scopo esplicito di “forzare” l’algoritmo di Google e diffondere il proprio messaggio.

Lo ha dimostrato uno studio, pubblicato su Medium, del professore di Comunicazione all’Università del North Carolina, Jonathan Albright, in cui viene analizzato l’universo dei siti di estrema destra e di fake news (quasi sempre accomunati vista la “sinergia” dimostrata in occasione della campagna elettorale di Donald Trump, da cui lo studio ha preso avvio).

Quello esposto nello studio ha le sembianze di un network organizzato che consente a una miriade di siti di accerchiare l’internet mainstream e di propagare notizie bufala.

Quello esposto nello studio ha le sembianze di un network organizzato — come si può vedere in questa immagine — che consente a una miriade di siti (tra cui spiccano nomi come Black Genocide o Illuminati News, ma l’elenco completo si può trovare qui) di accerchiare l’internet mainstream e di propagare notizie bufala — concepite a fini sia economici, sia ideologici — e teorie riconducibili al mondo cospirazionista e di estrema destra.

Un network che fa ampio uso di traffico acquistato attraverso le normali sponsorizzazioni su Facebook e su Google, di molteplici canali tradizionali (chat, email, rss feed e quant’altro), ma che utilizza con sapienza le tecniche SEO per riuscire, per esempio, a far ottenere al noto complottista di destra Alex Jones il primo posto tra le ricerche su Google per l’importantissima chiave di ricerca, in inglese, “Perché ha vinto la Brexit”.

Non è tutto: dal momento che questo network di siti è ben collegato al suo interno, e gli articoli che produce ottengono una marea di visite da molteplici canali diversi, conquista grande autorevolezza agli “occhi” degli algoritmi, che lo premia con ottimi posizionamenti su Google. Un circolo vizioso che si può sintetizzare così: più gli utenti, in seguito alle loro ricerche, trovano articoli SEO su determinati siti, più li cliccano e li condividono, più questi siti conquistano traffico e link, più autorevoli appariranno all’algoritmo che continuerà a premiarli con posizionamenti estremamente visibili.

Così come è sbagliato sovrastimare il ruolo delle fake news nella vittoria di Donald Trump, altrettanto sbagliato è sottostimare l’efficacia che una macchina della propaganda di destra perfettamente oliata può avere nel diffondere la sua ideologia.

Una delle conseguenze, per esempio, è che per lungo tempo chi ha cercato su Google chi avesse preso più voti tra Donald Trump e Hillary Clinton (al di là della vittoria del primo nei collegi elettorali e quindi nelle elezioni) avrebbe “scoperto” che Trump aveva conquistato più voti della Clinton, come riportava l’articolo che appariva al primo posto su Google cercando in inglese “conteggio finale elezioni 2016” (la Clinton, in verità, ha ottenuto quasi tre milioni di voti in più).

Le tecniche SEO che consentono di ottenere questi risultati sono lecite e utilizzate da tutti gli esperti del settore per conquistare traffico, ma diventano un grosso problema nel momento in cui, come sembra essere, una sola parte politica, estrema, si appropria di una grossa fetta del web per diffondere la sua ideologia. Così come è sbagliato sovrastimare il ruolo delle fake news nella vittoria di Donald Trump, altrettanto sbagliato è sottostimare l’efficacia che una macchina della propaganda di destra perfettamente oliata può avere nel diffondere la sua ideologia.

E anche se l’estrema destra nostrana non sembra ancora intenzionata a sfruttare le potenzialità offerte da Google, è da tempo che si indagano gli altri strumenti offerti dal mondo del web che, in Italia, stanno sempre più spesso diventando un ricettacolo di ideologie dell’odio: dalle pagine cittadine di Facebook che si stanno trasformando in un mezzo di propaganda dei movimento neofascisti italiani; ai gruppi complottisti o legati alla destra più radicale che, ormai da anni, intervengono in modo coordinato sulle voci di Wikipedia; senza dimenticare l’incessante attività del mondo neofascista su Facebook, in cui una miriade di pagine (classificate in questa mappa) ha preso la forma, più che di un network, di una vera e propria galassia che, almeno nella forma, ricorda da vicino proprio lo studio di Albright.

Non per questo si deve arrivare a censurare preventivamente o a posteriori alcune pagine, ricerche o risultati, soprattutto perché in questo modo si aprirebbero le porte a rischi ancora maggiori. Quel che serve, probabilmente, è una maggiore consapevolezza e conoscenza delle dinamiche attraverso le quali l’informazione circola in rete; una consapevolezza che consenta a tutti gli utenti del web di comprendere chi ha prodotto cosa e per quale ragione, evitando l’automatismo per cui “il primo risultato di Google” diventa il portatore del verbo a cui tutti fanno affidamento.

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